Esistono ancora gli omicidi rituali?

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Per omicidio rituale si intendono tutte quelle pratiche miranti a sopprimere una persona, a causa delle proprie credenze religiose o azioni cultuali verso qualsiasi divinità.

Si può affermare con certezza che tutti i popoli, negli stadi inferiori della civilizzazione, praticarono o praticano tuttora l’omicidio rituale.

Nelle popolazioni più primitive questo atto è riconosciuto come necessario e utile per tutti: una sorta di vittima sacrificale immolata per la redenzione o purificazione di tutto il clan.

Nelle civiltà più progredite invece, l’omicidio rituale si presenta come un episodio raro, individuale, causato da pazzia e criminale, oppure si è tentato di sostituire la vittima umana con pratiche simboliche o con sacrifici di animali.

L’uomo risulta essere la vittima più ambita perché appartiene alla specie animale più eletta e perché riunisce in sé tutti gli elementi spirituali di coloro che compiono il sacrificio; d’altra parte la divinità deve essere sommamente soddisfatta vedendo che l’uomo si priva, a volte anche con dolore, di un suo simile, solo per renderle onore.

Qualche volta all’omicidio, come vedremo, si accompagna l’antropofagia, da parte degli iniziati o dei sacerdoti del culto, per accaparrarsi tutta la santità e lo spirito acquistati dai sacrificati stessi.

Gli scopi dei sacrifici umani sono diversissimi e perciò cercheremo di concentrarli secondo alcune tipologie più note.

Scopi animistici: consistono nel seppellire sotto le nuove costruzioni un uomo (o più spesso un bambino) ucciso per la circostanza, in base alla credenza che le costruzioni stesse abbiano uno spirito da propiziarsi con l’olocausto umano e che quest’ultimo funga da intermediario per neutralizzare gli spiriti malefici. Questo tipo di omicidio ha preso l’avvio già nei popoli preistorici , ma avviene ancor oggi in alcune tribù africane e vi sono missionari che si trovano alle prese con queste usanze anche nelle costruzioni dei propri villaggi o dispensari o addirittura chiese.

Scopi adoratori: consistono nel rendere omaggio alla divinità attraverso l’uccisione di un’anima incorrotta (vengono usati quasi esclusivamente bambini) che procuri il cibo preferito al dio antropofago. Questo omicidio viene usato ancora in alcune tribù indigene del sud America e se ne sono trovati resti sull’Himalaya, quando il ghiaccio ha restituito incorrotti diversi corpi di bambini sacrificati appunto con questo scopo.

Scopi divinatori: consistono nell’uccidere esseri umani per provvedere ai sacerdoti di un certo culto le viscere della vittima o altri elementi per conseguire scopi divinatori e predire il futuro. Questo metodo era usato in particolare modo nell’antico Egitto.

Scopi funerari: consistono negli omicidi per poter onorare i defunti, sia dimostrandogli un’assoluta devozione di coniugio o sudditanza, sia per dare al trapassato un conveniente accompagnatore nell’altro mondo. Questi riti sono in voga tuttora in molte regioni e gruppi etnici dell’India.

Scopi propiziatori: servono ad ottenere dalla divinità la sua grazia, magari in occasione di una difficile guerra da volgere a proprio favore o per fare cessare una epidemia o un’altra calamità.

Scopi magici: servono a preparare pozioni miracolose, filtri amatori o altre fattucchierie. Si tratta più propriamente di riti superstiziosi e non tipicamente religiosi, ma essi vengono compiuti attraverso “riti”, ovvero atti racchiusi in una credenza religiosa. Purtroppo sono praticati tuttora in quasi tutte le civiltà, compresa la nostra.

Scopi espiatori: si compiono omicidi per placare le divinità che si suppone adirata con gli uomini, o per espiare il peccato degli uomini.

Scopi sanzionatori: vengono compiuti omicidi (più spesso lesioni personali) per sanzionare un’alleanza, un patto, un giuramento, mediante l’uso del sangue umano.

Sono riti molto in voga tuttora nelle credenze magiche o occultistiche (ricordiamo tutti i patti di sangue) ma senza tralasciare altre culture o fedi religiose di paesi anche lontani da noi. L’orrenda superstizione dei sacrifici delle persone è quindi nata con l’avvento dell’uomo sul pianeta terra, ma da quel momento tutte le civiltà ne hanno fatto uso e le varie epoche storiche hanno riempito i propri annali di omicidi rituali.

Nell’antico Egitto, a Illithya, gli uomini dai capelli rossi erano immolati e le loro ceneri sparse al vento, per neutralizzare le figure negativi aleggianti sul Paese; dai trattati di Giamblico sui misteri egizi si ha notizia dell’uso degli omicidi a scopo divinatorio segreto e illecito (goetia = stregoneria), da contrapporre a quella classica e lecita (teurgia).

Tra le popolazione più antiche primeggiarono, in questo uso, i Fenici e i Cartaginesi, che usavano immolare al terribile dio Baal-Moloc degli infanti che calavano vivi all’interno della statua di ferro raffigurante il dio, che veniva per l’occasione arroventata. Quando Agatocle assalì Cartagine, i cittadini attribuirono la propria sconfitta al fatto che avevano offerto a Moloc bambini comperati e ripararono il torto alla divinità uccidendo duecento fanciulli (v. Diodoro, XX, 3).

Tra gli Arabi feroci superstizioni si manifestavano con riti cruenti, quali il sacrificio d’infanti e l’esposizione o l’uccisione di fanciulli alla divinità. Ricordiamo che Abdallah, padre del profeta Maometto, doveva essere immolato alla divinità, ma riuscì a riscattarsi con il prezzo di cento cammelli.

I Greci sacrificavano persone a Dionisio, ad Artemide, ad Apollo, a Poseidone, e a Diana. Anche i Romani non erano esenti dalla macchia dei sacrifici umani: nell’epoca imperiale si usava gettare dal ponte Sublicio, sul Tevere, trenta fantocci di giunco, detti Argei; esso era manifestamente un simbolo dei reali olocausti umani che in epoche precedenti si offrivano a Saturno. Sotto Traiano (nel 107 d. C.), per fare cessare la carestia, la peste e i terremoti, gli oracoli sibillini consigliarono, come già altre volte precedenti, di seppellire vivi nel foro boario due Greci e due Galli, a coppie, ciò che Roma si affrettò a compiere.

L’imperatore Settimio Severo (197 d. C.) immolò una fanciulla per cercare nelle viscere di essa la predizione dell’esito della guerra mossagli da Albino (v. Suida, 257). Anche nell’ultimo secolo, abbiamo notizia di omicidi rituali che in alcuni stati, nonostante l’assoluto divieto delle autorità, è ancora diffuso e praticato (v. India o alcuni Paesi africani), mentre nei Paesi occidentali assume carattere sporadico e deviante, ed è praticato soprattutto in talune forme di occultismo.

Nel 1920 un certo Filippo Tomaselli di Carrubbo (Sicilia) si era impegnato a cercare un fantomatico tesoro, guidato dalla maga Antonina Ricciardi e a suo marito Filippo Palizzolo. Per rompere l’incantesimo che impediva il ritrovamento del tesoro, costoro giudicarono necessario tutto il sangue di tre fanciulli e di una donna incinta. Per iniziare sgozzarono vivo un bimbo di 9 anni – Salvatore Terranova -, il cui cadavere venne ritrovato privo assolutamente di sangue il 18 marzo 1920. Vennero però scoperti e arrestati e la tragica sequenza di delitti venne interrotta (v. La critica Penale, 1922, 431).

Nel gennaio 1923, in Rhodesia meridionale, a monte Darwin, la tribù di Mtawara era allarmata per la persistente siccità e perciò decise di chiedere la pioggia a Mvari, il Grande Spirito il quale si ritiene abbia due mogli: una vedova e una ragazza che deve rimanere vergine. Quando la tribù impetra la pioggia vengono offerti alla divinità degli stampati di cotone, ma se l’acqua sospirata non arriva è segno che la giovane donna è stata sedotta da qualcun altro. Nel 1923 venne sospettato dell’adulterio il figlio del capo tribù, Manduza, e per questo legato e arso vivo. Un secondo figlio del capo tribù doveva subire la stessa sorte ma avvisò le autorità del luogo e ne seguì un processo che vide l’assoluzione per il capo tribù e la condanna a morte per gli altri imputati. In quell’occasione il capo ricordò che sempre si era fatto così per impetrare la pioggia e narrò di altri 72 delitti simili.

Come si può notare gli omicidi rituali non sono solo un retaggio della preistoria o di epoche passate, ma avvengono anche ai giorni nostri e nel nostro paese industrializzato e civilizzato.

Nel 1985 a Milano viene uccisa in un rito satanico Laura Mondini di 27 anni, una ragazza per bene che era stata prelevata all’uopo del sacrificio umano per Satana.

Nel 1989 a Matamoros, in Messico ben dodici persone vengono uccise in riti afrocubani, come il Palo Mayombe, torturati con i metodi più crudeli e spietati e poi finiti a pezzi in un calderone per potersene poi cibare e riceverne l’energia vitale e l’immortalità.

Ancora nel 1989 a Orbassano, nei pressi di Torino, vengono ritrovati i resti di cadaveri usati per riti satanici, dopo le inutile ricerche di almeno tre vittime di sparizioni improvvise: una ragazza di venti anni, una bambina di dieci anni una ragazza di 23 anni e parecchi feti.

Nel 1994 vengono ritrovati ,nel giardino di una casa di riposo, di appartenenza della “santona” di Melito (Napoli) Rosa Mandato, i cadaveri di tre anziani che erano stati preventivamente seviziati e sottoposti a riti magici.

E sempre nel 1994, viene uccisa come vittima sacrificale di un rito pseudoesorcistico di una maga, Maria Ylenia Politanò, una bimba di due mesi di vita, anche lei torturata fino alla morte, per espiare la colpa dei genitori che si sentivano perseguitati dal demonio.

Nel gennaio 1996, vengono ritrovati a Creta i cadaveri di una coppia di Vicenza, Deborah Portoghesi di 23 anni e Giovanni Baù di 43 anni, decapitati e fatti oggetti di riti vudù, probabilmente come espiazione di colpe proprie (forse avevano tentato di uscire dal giro o di parlare).

Tutti casi? O tutte menti perverse che hanno operato? Non lo sapremo mai, ma è certo che la persona umana rimane al centro dell’attenzione degli aspiranti omicidi, per motivi rituali. L’energia emessa dal corpo in fase di morte, soprattutto se accompagnato da molta sofferenza, darebbe agli omicidi una nuova vitalità e un senso di onnipotenza e di risurrezione dallo stato di morte psicologica e spirituale nella quale entrano uccidendo una persona.

Purtroppo non si può nulla contro questi crimini, che continueranno a persistere nella storia dell’umanità del nostro Paese e in tutti gli altri Paesi, poiché da sempre e per sempre l’uomo cerca di riprendersi la vita che pensa ormai in fase calante o che pensa perduta, sacrificando quella degli altri suoi simili.

Silvana Radoani

articolo tratto da “Settimana”, EDB, del 30 novembre 1997

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