Risposta a Voci Vere

pubblicato in: Antisette, Articoli, Documenti, Falsi Abusi, Gruppi | 0

In questi ultimi mesi, da quando è scoppiato il cosiddetto “Caso Bibbiano” non ho più aggiornato la mia pagina sui presunti abusi della bassa modenese, poiché mi sono trovata fortemente contrariata e dalla strumentalizzazione politica che è stata condotta, e dall’intromissione assai indebita compiuta da Scientology (CCDU) in questi fatti, e dal grande clamore mediatico e conseguente sfruttamento d’immagine di vari media e professionisti che si sono tutti sentiti in dovere di apparire ovunque e di parlare, spesso assai a sproposito. Ma ho continuato a seguire la vicenda che mi ha sempre interessato e ho trovato da poco una pagina facebook dove pare scrivano non le famiglie originarie coinvolte nel caso della bassa modenese, ma coloro che si sono trovati, a torto o a ragione, dall’altra parte della barricata: VOCI VERE. In questa  pagina è apparso un post molto interessante che mi ha almeno emotivamente coinvolta e al quale desidero dare una mia personale risposta, cercando davvero di rimanere il più possibile neutrale. La parte in corsivo è il post originale, mentre l’altra è la mia risposta.

VOCI VERE link diretto alla pagina facebook

Pubblichiamo la memoria depositata in Commissione d’inchiesta sul sistema di tutela dei minori della Regione Emilia Romagna, da parte del Comitato VOCI VERE Commissione speciale d’inchiesta circa il sistema di tutela dei minori.

Regione Emilia Romagna – Audizione 8.10.2019 – La costituzione del Comitato “VOCI VERE, VITTIME DELLA BASSA MODENESE”

Il Comitato “Voci vere, vittime della bassa modenese” si è costituito nel giugno 2019 ed è composto da 27 membri di cui 7 ragazzi vittime di abusi e violenze e 20 fra genitori affidatari e adottivi. Lo scopo del Comitato è quello di tutelare coloro che nella vicenda di circa 20 anni fa furono vittime di reati sessuali, perlopiù accertati giudizialmente, rispetto alla ricostruzione distorta e univoca che oggi, attraverso i media, si sta facendo sull’accaduto e che di fatto li vittimizza ancora una volta, costringendoli a rivivere, loro malgrado, i traumi passati. Il Comitato intende informare la pubblica opinione su ciò che accadde realmente, con ogni mezzo possibile, anche se, per il momento, lo spazio che ci viene concesso dai media non è molto. Abbiamo rilasciato alcune interviste, anche da parte dei ragazzi, e abbiamo fatto diversi comunicati inviati ai mezzi di informazione e pubblicati sul nostro sito.

Ho letto con molta attenzione il post su Facebook e, pur essendo io un’emerita “signora Nessuno”, non riesco ad esimermi da dare anche io una risposta a questo interessante Comunicato.

Innanzi tutto mi presento: non amo nascondermi dietro niente e nessuno perché non presentarsi ha già il significato di voler celare la propria identità dietro la collettività (siamo 7 ragazzi vittime di abusi e violenze e 20 fra genitori affidatari e adottivi: chi sono queste persone?) spesso per non prendersi la responsabilità di quanto viene affermato da noi o da chi parla per noi. Mi chiamo Silvana Radoani, sono di Bologna, un mio breve curriculum potete trovarlo sul mio sito quindi non sto qui a ripeterlo, lavoro da ben 33 anni riguardo le cosiddette sette, e contro gli abusi in genere, sono ritenuta esperta di manipolazione mentale per via del mio lavoro, e ho un master quadriennale in ipnosi medica. Vi spiego perché ho deciso di rispondere a questo comunicato. Nel 1998, anno in cui ben 18 bambini della “bassa modenese” vennero portati via dalle legittime famiglie, con le accuse, fra l’altro, di violenza anche sessuale a scopo rituale satanico, io venni interpellata da un magistrato del Tribunale dei Minori di Bologna, perché ero ritenuta la maggiore esperta italiana di satanismo. Mi vennero mostrati alcuni dei disegni fatti dagli allora bambini, e mi venne chiesto se ero al corrente della presenza di gruppi satanici organizzati nella zona. Guardai con molta attenzione quei disegni e poi risposi in scienza e coscienza: “Questi disegni francamente a me non dicono nulla, potrebbe averli fatti chiunque e un bambino potrebbe essere indotto a fare dei disegni simili (piccole croci rovesciate principalmente e qualche immagine fatta con scarabocchi di colore nero); personalmente non riesco a riscontrare nulla che mi faccia pensare a un bambino che abbia davvero visto o assistito a rituali satanici”. Anche alla seconda domanda risposi negativamente: “Non ho la pretesa di conoscere tutti i satanisti italiani, ma credo di conoscere la maggior parte dei gruppi presenti sul nostro territorio o molti personaggi che si dilettano di satanismo rituale. Ma non ho mai sentito parlare e non conosco nessuno in quella zona, soprattutto così organizzato da compiere quello che mi raccontate. In ogni caso mi dia una quindicina di giorni e proverò senz’altro a chiedere ulteriori informazioni alle mie fonti e poi vi so dire”. I miei riscontri furono chiaramente negativi ma non potei riferirli al magistrato perché egli venne destituito dall’incarico e non potè più occuparsene, né altri chiesero a me ulteriori approfondimenti. Da quel momento però io, che leggevo i titoloni sui giornali dell’epoca, rimasi molto colpita dalla vicenda che ritenevo infondata e assurda e così il mio interesse rimase acceso, anche se non potei più occuparmene ufficialmente. Questo il motivo perché ora, a 21 anni dai fatti, sono ancora interessata alla vicenda.

Premetto che nella mia risposta non entrerà la politica della quale ho profondamente odiato la strumentalizzazione di questa e altre vicende simili, la chiesa di Scientology (CCDU e company), né tantomeno darò spazio ai “si dice” o peggio ad insulti, minacce e divagazioni da bar tipiche dei social. Cercherò di attenermi ai fatti per quel poco che io ho potuto approfondire e verificare negli anni. Premetto anche che, se personalmente ritengo il metodo adottato in taluni casi inadeguato e poco scientifico (non è solo una mia impressione ma quella di professionisti ben più accreditati di me), ho pieno rispetto del lavoro corretto e insostituibile che svolgono in Italia decine e decine di assistenti sociali, psicologi infantili, magistrati, forze dell’ordine, medici, famiglie affidatarie o adottive e tante altre figure professionali per la tutela di alcuni bambini che davvero vengono abusati

L’attuale rielaborazione dei fatti della bassa, su cui intendiamo svolgere controinformazione, ha preso l’avvio dall’inchiesta dei giornalisti Pablo Trincia e Alessia Rafanelli, denominata “Veleno”, dapprima diffusa circa due anni fa attraverso un podcast, e poi con un libro pubblicato ad aprile di quest’anno.

            Non è la “riebolazione dei fatti della bassa” che ha preso avvio dall’inchiesta Veleno, perché di questi fatti si è sempre parlato, anche se solo ora nei talk show si stracciano le vesti in difesa dei bambini (finora non è fregato niente a nessuno), ma questo fa parte del gioco del creare audience, non del cercare la verità. Veleno ha avuto il merito da una parte e il demerito dall’altra di divulgare attraverso i social (podcast, facebook, twitter, conferenze, libri, ecc) un fatto che ha suscitato indignazione in tante persone (merito) e ha dato il via ad una proliferazione di pagine facebook, di dibattiti in TV, di conferenze da parte di tanti “esperti” per i quali, come sempre succede, tutti si sono sentiti in diritto di sparare a zero, riempiendosi la bocca e le pagine di stupidità varie o vanterie da salotto, insomma con Veleno si è un po’ perso il controllo sulla chiarezza della situazione (demerito). Da questo punto di vista è davvero molto interessante e coraggioso da parte vostra scrivere questi post di Voci Vere, per cui vi ringrazio.

Già il fatto di aver voluto riportare alla ribalta mediatica un caso ormai chiuso da venti anni con plurime sentenze definitive di condanna, è stata un’azione irrispettosa nei confronti delle vittime, allora infradecenni, che avrebbero avuto diritto all’oblio, anche perché collocati in ambiente protetto ed alcuni di loro adottati, anziché essere posti di nuovo sotto i riflettori, e costretti a ricordare traumi passati.

            Voi sapete molto meglio di me che il caso non è chiuso da 20 anni, men che meno con sentenze definitive di condanna e tuttora continua con ulteriori avvenimenti ancora legati a quei fatti (per esempio il continuo scempio che è stato fatto e viene tuttora fatto sulle attività e sui beni delle persone che allora furono accusate ingiustamente). Così come il fatto che all’epoca non vennero portati via solo bambini infradecenni, ma persino in sala parto vennero tolti i figli e bimbi piccolissimi! Il problema ora è non solo rispolverare quegli avvenimenti, quanto verificare se e quanti allontanamenti sono stati posti in essere negli anni o peggio continuano ad avvenire, con lo stesso sistema, in tutta Italia. E qualsiasi vittima o genitore affidatario-adottivo, non può essere contro a questa verifica, proprio perché dovrebbe sapere quanto un genitore può tenere a un figlio e in coscienza deve raggiungere una “certa certezza” che il ragazzo che gli viene consegnato non sia vittima di un sistema corrotto. In coscienza se io, genitore affidatario, avessi qualche minimo dubbio sulla verità di quanto riportatomi da chi mi ha consegnato il minore, non potrei dormirci la notte e farei i salti mortali perché la verità venisse ristabilita. Almeno che…

Ma soprattutto il modo in cui è stato condotto il lavoro, suscita ben più di semplici perplessità. L’inchiesta è criticabile sotto diversi aspetti: l’autore esprime quelle che sono sue opinioni, e secondo il Comitato, la sua non è un’inchiesta vera e propria. La ricostruzione dei fatti è basata solo su testimonianze di parte e così è ben diversa da quella che fu effettuata nei processi, alla presenza di tutte le parti in causa.

            Se non ne siete al corrente vi do una notizia bomba: concluso un processo, pressoché chiunque può chiedere gli atti e andare a leggerseli. Siete davvero convinti che questi atti li abbiate visti (vissuti) solo voi? E siete davvero convinti che nessuno che ascolta una testimonianza non voglia vedere le carte, le prove di quanto viene affermato da chi testimonia? Beh, scusate se ve lo dico (senza cattiveria) ma siete un po’ ingenui se pensate questo.

E’ stata perciò data al pubblico una versione parziale della vicenda, che ripetuta in modo ossessivo dai media, spinge la gente a credere che sia verità. Una verità che assume esserci stato un clamoroso errore giudiziario, a seguito di dichiarazioni dei piccoli testimoni che sarebbero state indotte dalle psicologhe, di relazioni mediche falsate e di perizie diagnostiche anch’esse errate e condotte con metodi suggestivi. Quindi, per gli autori, tutti innocenti, processi da rifare in toto, ergo allontanamenti ingiustificati.

            Pur accettando che questa sia la realtà, credo sia lecito chiedersi come mai questi “metodi” siano stati ripetuti negli anni in centinaia e centinaia di casi (me testimone in taluni casi dove è stato ripetuto il cliché abusi sessuali-rituali satanici o altri), ad opera di operatori nel settore affiliati o formati dallo stesso ente. E sia altrettanto lecito chiedersi come mai da 20 anni a questa parte moltissimi docenti universitari, soprattutto di Università straniere, si sono occupati a vario titolo della vicenda, persino indicendo convegni internazionali per parlare di questi fatti, mentre da noi tutto taceva? Forse che in Italia c’era molta paura ad affrontare il problema? Eppure di libri ne sono stati scritti negli anni di vicende simili, persino di ex bambini tolti alle famiglie che, divenuti maggiorenni, sono riusciti a tornare in famiglia originale e hanno scritto la loro esperienza; o siti internet che ne parlavano, trasmissioni TV che ogni tanto, tantissimo, davano voce a qualcuno che voleva raccontare queste storie (non mi riferisco perciò solo alla Bassa modenese). Da persona “estranea” io qualche dubbio me lo sarei messo sulla giustizia di quanto stava accadendo, perché avrebbe potuto succedere a chiunque.

E’ vero che i giornalisti hanno cercato qualche altra opinione, ma l’hanno fatto in modo per molti aspetti censurabile: intanto hanno contattato i ragazzi, uno alla volta, presentandosi con già in tasca una verità precostituita, dicendo loro di avere i documenti che dimostravano che le cose da loro dette non erano vere. Tutto ciò è sconcertante e ci chiediamo con quale diritto gli autori siano andati a cercare vittime di reati particolarmente gravi per stabilire quale sia il loro bene.

            Personalmente critico fortemente un giornalista che si presenta a “sistemare le cose” in casa di altri, anche se ha i documenti in mano. Queste sono situazioni delicatissime, che smuovono mille emozioni e sentimenti in tutte le persone coinvolte direttamente o indirettamente. Se questo è avvenuto, da parte mia riceve una condanna forte, senza se e senza ma.

Sono state poi tenute fuori le famiglie affidatarie e adottive, non chiedendo mai la loro opinione, che sarebbe stata importante, anche perché molti avevano testimoniato nei processi e quindi conoscevano bene i fatti. Tralasciando i particolari di taluni avvicinamenti particolarmente invadenti, si osserva che se gli autori avessero voluto fare una vera e propria inchiesta, non dovevano partire già da una tesi preconfezionata, ma dovevano storicamente ricostruire i fatti, con l’apporto di tutte le persone coinvolte, e con maggiore aderenza agli atti giudiziari visti nel loro complesso. Al contrario, degli atti si è preso soltanto ciò che poteva avvalorare la tesi già scritta.

            Una riflessione riguardante le famiglie affidatarie. Conosco personalmente qualche famiglia affidataria (non mi riferisco a quelle coinvolte in questa storia, parlo in generale): sono persone splendide, altruiste e generose, che spesso hanno avuto in affido diversi bambini, negli anni. Esse però NON HANNO mai percepito un solo euro da nessuno per quello che facevano: come mai invece molte ricevono un mucchio di soldi per bambino in affido? In base a cosa questa differenza? Con questo non voglio dire che non sia corretto sostenere una famiglia affidataria con un po’ di soldi, ma non con cifre grandissime (che mai si spenderebbero per i propri figli!). Inoltre c’è un aspetto che differenzia in Italia le famiglie affidatarie, dalle famiglie adottive: per le famiglie affidatarie il minore rimane presso di esse solo per limitati periodi di tempo, perché il loro compito è quello di fare da supporto alla famiglia originaria in difficoltà o presunta abusante e FAVORIRE in tutti i modi il mantenimento dei rapporti con la famiglia originaria, anche se nei modi stabiliti dall’autorità. Altrimenti c’è l’adozione, ma in questo caso decade l’apporto economico (che ripeto, solo ad alcune famiglie affidatarie di una certa “rete” viene erogato). Conosco personalmente famiglie affidatarie che in tutti i casi non facevano rompere i legami e i rapporti con la famiglia d’origine, tant’è vero che i ragazzi cresciuti, in taluni casi, hanno scelto di tornare per periodi in famiglia originaria e solo poi, visto che i conflitti continuavano, hanno scelto liberamente la propria strada. Allora anche per questo argomento ci chiediamo: come mai abbiamo queste famiglie che da sempre tengono i bambini (lo sappiamo che alcune famiglie hanno scaricato i bambini e sono cambiate per alcuni minori), non hanno mai favorito i rapporti con le famiglie d’origine, anzi li hanno ostacolati in tutti i modi e non pare, finora, abbiano neanche favorito una vita indipendente di tanti ragazzi che tuttora vivono (sempre a spese nostre, della collettività) in famiglia affidataria, senza essere riusciti a sganciarsi? Tutti figli mammoni? O è intervenuto qualcos’altro in tutto ciò? O sono tutti ragazzi “problematici e incapaci di una vita propria”?

Abbiamo visto video delle audizioni protette riportati per pochi frames, del tutto avulsi dal contesto generale e perciò facilmente interpretabili nel senso voluto dagli autori. Si è fatto un esame parziale delle perizie, sia medico legali sia psicodiagnostiche, sempre partendo dal presupposto che erano tutte sbagliate o condotte con metodi suggestivi. Si è dato molto spazio alle famiglie cui sono stati allontanati i figli, anziché alle vittime, facendo intendere chiaramente che quelle decisioni erano tutte immotivate e che queste famiglie sono state le vere vittime. Non si è tenuto conto dei decreti del T.M. che sono resi indipendentemente dagli esiti giudiziari

            Qui vi fermo, perché questo passaggio mi ha colpito moltissimo: state affermando che il Tribunale dei Minori sorpassa tranquillamente le sentenze, gli esiti giudiziari? Questo a me pare gravissimo! Allora indirettamente affermate anche voi che a un genitore può essere tolto arbitrariamente un figlio, incolpato di qualcosa (spesso vengono tolti i figli anche in assenza di formulazione di accuse, ricordatevelo), processato, assolto fino in Cassazione, ma senza poter riavere i figli perché qualcuno del Tribunale dei minori decide comunque che non gli vadano restituiti? Ai genitori affidatari o adottivi che forse mi stanno leggendo ora chiedo per un momento di provare ad estraniarsi dalla vicenda che li ha visti, nonostante la loro disponibilità, coinvolti in maniera forse fuorviante, chiedo di chiudere gli occhi e, se hanno anche figli propri, provare a pensare di vivere un attimo, un solo attimo così: i propri figli improvvisamente strappati, senza un’accusa formulata a loro, una mattina alle 5, disperarsi per i propri figli, essere processati e assolti ma non poter più riabbracciare i propri figli, senza nessuno a cui appellarsi, senza nessuno a cui far valere le proprie ragioni. Io non credo ci sia atto peggiore e che gridi vendetta al cospetto di Dio, forse neanche l’omicidio! Non dico certamente che tutti i casi siano così, ma ne basta uno al mondo, basta che capiti a chiunque di noi, di voi, per capirne l’orrore. E il fatto che nonostante tutto non abbiate da appellarvi a nessuno deve creare un’angoscia senza tregua per tutta la vita. Ai ragazzi che dicono di sottoscrivere il comunicato dico che forse questo aspetto lo percepiranno quando diventeranno genitori a loro volta (come infatti è già successo per alcuni dei ragazzi allontanati, in Italia): non perché non siete in grado di capire, o siete più ottusi di altri, o “plagiati”, ma perché è qualcosa che non avete ancora sperimentato, è un sentimento, un legame che non si può capire se non si vive: se io volessi spiegarvi cos’è il dolore ma voi non lo aveste mai sperimentato, potrei farvi esempi, potrei provare a raccontarvi cosa avviene, persino chimicamente o nel cervello, ma se non lo avete mai provato non potete capire davvero cosa sia, cosa significa, l’intensità di quell’emozione. Così è per la maternità/paternità. Forse nel vostro cuore ancora conservate l’angoscia e il pianto dei momenti in cui veniste portati via dalle famiglie: se vi fosse stata davvero così ripetuta violenza, non avreste versato una lacrima, ne sareste stati contenti, invece non credo che i primi momenti siano stati tranquilli per nessuno di voi.

e che sono stati giudicati legittimi dalla Corte di Strasburgo. Ci furono per la precisione 16 decreti di decadenza o limitazione (per 1 caso) dalla potestà genitoriale, di cui 11 dichiarazioni di adottabilità e 5 provvedimenti per affido fino alla maggiore età. Le tesi portate avanti nel lavoro di Trincia non sono neanche motivate dall’autore su piano scientifico, come invece sarebbe stato necessario: se si afferma che persone siano state suggestionate al punto di creare falsi ricordi (che addirittura permangono fino all’età adulta), questo va motivato su base scientifica.

           Facciamo un po’ di chiarezza, pur non avendo letto il libro di Trincia e quindi non sapendo bene cosa afferma. Il falso ricordo non è un’arbitraria teoria, ma è una teoria suffragata dal mondo accademico e scientifico, attraverso anni di test e prove scientifiche, per provarne la veridicità. Un falso ricordo può essere determinato in mille modi e anzi, in un certo senso, è già insito nella mente di tutti noi, perché attraverso l’esperienza condotta, ma anche talune suggestioni ricevute (anche involontarie beninteso), la nostra mente “ricostruisce” gli avvenimenti come meglio gli aggrada e come, nel ricordo di essi, si trova meglio (detto in maniera molto grossolana). Spesso nelle mie lezioni in Università ho fatto un esempio, un gioco abbastanza semplice da comprendere per spiegare come la nostra mente lavora: provate a chiudere gli occhi e a pensare intensamente a questa mattina mentre facevate colazione…come eravate seduti…, come eravate vestiti…, cosa avevate davanti…, cosa avete preso con le mani…, ecc. … Probabilmente nella vostra mente si è creata una scena più o meno come questa dell’immagine.

Ma questo è già un ricordo sul quale la vostra mente ha creato elaborazione automatica, perché se ci pensate bene voi vi vedete ora come proiettati, vi vedete generalmente di spalle (o di fronte) che facevate colazione, ma non è quello che voi avete davvero visto; voi al massimo avete visto le vostre mani, la tazza della colazione o ciò che tenevate in mano, l’eventuale persona che vi stava davanti, ecc. Il ricordo ha già fatto un suo percorso indipendente da qualsiasi volontà e ha tagliato fuori molti particolari (per esempio dubito che vi rivediate a scena ampia, come era il lampadario, come erano posizionati alcuni utensili della cucina pur visibili, se vi erano cassetti lasciati aperti…). Ora che ve lo dico la vostra mente andrà a ricercare questi elementi, ma non è stata così la prima scena che vi è venuta alla mente. E, oltre al processo naturale della mente già in tutto ciò io ho posto delle suggestioni seppur involontarie e difficilmente eludibili, perché vi ho chiesto di ricordare la colazione (latte? Caffè? Tazzina? Tazza? Brioche?); vi ho chiesto di ricordare come eravate seduti (quindi per forza voi dovevate “proiettarvi” perché la mente non è che va a ricercare il ricordo della sola sensazione dello stare seduti); ecc… Spero che questo esempio possa far comprendere come la mente lavora, e potrei farvi molti altri esempi come questo. Il falso ricordo, una volta creato dalla nostra mente, viene continuamente rielaborato e perde di consistenza negli anni, come qualsiasi ricordo. Ma non è che un falso ricordo, persa consistenza, lasci spazio eventualmente al ricordo vero. No, la mente nei giorni, mesi, anni dopo l’avvenimento da ricordare, semplicemente sfuma il ricordo, che sia più o meno attinente ai fatti veramente accaduti. Quindi non è vero che un falso ricordo permane anche in età adulta, ma è vero che negli anni la mente ha già fatto mille rielaborazioni dei fatti vissuti e di essi e della loro realtà probabilmente ne è rimasto ben poco, dando spazio piuttosto a forme fantastiche e suggestive del ricordo stesso. Questo è un meccanismo a cui siamo soggetti tutti, non solo voi, che sia chiaro. Ma questo lascia anche molto perplessi quando, dopo tutto quello che è emerso, una persona dichiara dopo tanti anni, di ricordare perfettamente che gli avvenimenti non andarono come ricostruito dalle prove emerse. E se questo meccanismo non sta a voi conoscerlo, dovrebbe però essere pane quotidiano per tutti gli operatori del settore, perché fa una bella differenza!

Trincia prova in effetti a ricondursi ad alcune teorie, specialmente sul “falso ricordo” ma il problema è che le interpreta in modo del tutto personale, adattandole alla sua tesi. Inoltre, vengono oggi fatti dei parallelismi con altre vicende, che nulla hanno a che fare con la bassa modenese, allo scopo finale evidente di delegittimare tutto il sistema di tutela dei minori.

            Certamente non parlo a nome del signor Trincia del quale, ripeto, non ho letto il libro e ammetto di non aver neanche tuttora sentito mai il podcast Veleno, pur avendolo scaricato all’epoca dell’uscita. Mi baso invece sulla mia piccola esperienza con altri casi italiani dei quali mi sono occupata. E assolutamente non è accettabile da me, come premesso, delegittimare tutto il sistema di tutela dei minori (forse ci sarebbero dei passaggi da rivedere e riformare, anche in vista di miglioramenti da apportare), ma è innegabile che i parallelismi ci sono stati e ci sono, che vogliate accettarlo o meno, è proprio innegabile.

Così, per esempio, quando è scoppiato il caso Bibbiano, il Sig. Trincia è stato tra i primi a dire che gli psicologi erano gli stessi già operanti nella bassa, pertanto, come avevano sbagliato lì, sicuramente avevano sbagliato anche a Bibbiano. Nulla di più errato e strumentale: al tempo dei processi, è vero che alcuni psicologi di Hansel e Gretel furono incaricati dal Tribunale di effettuare perizie psico diagnostiche su taluni bambini (non tutti, si badi), ma il contesto era ben diverso da Bibbiano. Nel caso della bassa c’erano i processi in corso e questi periti agirono in contraddittorio con i periti delle difese, che ebbero sempre la possibilità di replicare.Anzi, per essere più precisi, e questo è in atti, i periti delle difese concordarono in linea generale con le risultanze dei periti del GIP sull’attendibilità dei piccoli testimoni. Questo fatto è totalmente pretermesso sia dall’autore di “Veleno”, sia nel dibattito che si è poi sviluppato.

            “i periti delle difese concordarono in linea generale con le risultanze dei periti del GIP sull’attendibilità dei piccoli testimoni” permettetemi di dubitarne molto, o piuttosto troppe, se non tutte, le perizie delle difese furono scartate a priori, o non furono permesse ulteriori perizie che potessero valutare “dalla parte opposta” quanto affermato dai periti del PM? Voi che siete stati diretti testimoni dei processi, scrivete però un po’ troppo superficialmente, non citando mai in virgolettato un solo passaggio dei verbali dell’epoca che, seppur contestualizzati, darebbero uno spaccato un minimo più veritiero di quanto affermate. Altrimenti così rimangono chiacchere, come quelle che contestate al signor Trincia.

Come pure per le perizie medico legali, vediamo che vengono mosse accuse soprattutto ad una dottoressa (Maggioni) che effettuò le visite nell’immediatezza degli allontanamenti. Anche qui si sono riesumati altri casi in cui si afferma che questa dottoressa avrebbe sbagliato diagnosi, per affermare che ella era un’incompetente in materia. Senza entrare nel merito di questi casi, poiché per esprimere giudizi occorrerebbe un’approfondita conoscenza di quegli atti processuali, nel nostro caso c’è prima di tutto da precisare che la dottoressa in questione non fu la sola a fare le visite, ma fu affiancata anche da altro medico, il Dott. Bruni (di cui non si parla mai). Anche qui i periti nominati dalle difese furono posti in grado di esaminare le risultanze medico legali di Maggioni e Bruni e fecero tutte le loro osservazioni. Ma c’è di più: il Tribunale nominò un collegio peritale, il quale, concordemente ai periti delle difese, stabilì i criteri di valutazione sui segni riscontrati e sulla base di questi, si arrivò ad una valutazione congiunta di indicatività o sospetto di abuso per 15 bambini su 16. Pertanto, non corrisponde a verità l’affermazione che dalle perizie mediche non risultavano segni di abuso, e su questi dati concordarono i periti delle difese.

            Riguardo la dottoressa Maggioni mi sembra di ricordare che venne interpellato l’Ordine dei medici, soprattutto riguardo la sua assurda affermazione riguardante la possibilità della ri-creazione dell’imene e questi le diede contro.

Una breve riflessione è opportuna anche per rispondere a quanti, riferendosi alle assoluzioni della nostra vicenda, parlano di false accuse. Gli imputati vennero condannati tutti per abusi intrafamiliari, salvo quattro di loro, due padri e un fratello delle parti offese assolti per non aver commesso il fatto, una madre perché il fatto non sussiste (Giacco Santo, Giacco Salvatore, Bonfatti Massimo, Barelli Roberta). Ci fu poi un’altra assoluzione per una persona non imputata di reati sessuali (Spinardi). Nel processo Covezzi ci fu assoluzione, parimenti per non aver commesso il fatto. Quindi fu accertato che il fatto dell’abuso di per sè era avvenuto. Il prelato coinvolto morì prima della sentenza, un altro imputato (Scotta G.B., padre di Federico Scotta) vide il suo processo interrompersi per prescrizione del reato. Occorre distinguere tra false accuse e accuse non provate. Diverse ricerche evidenziano che sia rilevante il numero di accuse non provate, mentre al confronto è scarso il numero di quelle false, cioè mosse intenzionalmente o mosse da fraintendimenti.

            Assolutamente vero che “Occorre distinguere tra false accuse e accuse non provate” ma bisogna anche essere abbastanza intelligenti da comprendere se le accuse hanno un senso oppure no, e soprattutto valutare le “prove” a sostegno di una tesi piuttosto che un’altra. E bisogna che sia chiaro a tutte le parti che la verità processuale non necessariamente coincide con la realtà dei fatti. Se un bambino, …poi due, poi tre… dicono di essere andati di notte per mesi nel cimitero del paese a sgozzare altri bambini e adulti, a fare orge, e decapitare cadaveri, ma nel paese o nei paesi vicini non stanno sparendo nel nulla decine di bambini, anzi neanche uno probabilmente in quel momento; il cimitero è del tutto intonso, a posto, nessuna tomba smossa, nessuno ha mai visto o sentito nulla, neanche da lontano, nessun gruppo satanico attivo in Italia ha mai sentito parlare di nulla nella zona, nessun bambino ha mai lasciato trapelare nulla di simile a scuola, all’asilo, negli scout, in parrocchia, ecc…, qualche sospetto sulla non veridicità di questo aspetto permettetemi che venga alla mente di chiunque sappia un minimo riflettere. Se i bambini strappati alle famiglie nel momento in cui sono stati prelevati e probabilmente nelle ore, giorni, mesi seguenti, hanno urlato tutto il loro dolore e la voglia di rivedere genitori e famigliari, forse qualche dubbio su tanti abusi compiuti all’interno della famiglia sorge.

Quasi sempre nell’accertamento dell’abuso l’unica prova è la dichiarazione del bambino. A parte i rarissimi casi di rei confessi, di flagranza o di testimoni del fatto, l’unico che testimonia è il bambino. Una serie di fatti (paura, vergogna, esiti post traumatici, minacce paventate dall’abusante), possono portare lo stesso piccolo testimone a non esprimere compiutamente tutto ciò che avrebbe da dire.

            No no, un momento. Se un bimbo improvvisamente racconta che appena la mamma chiude la porta della sua cameretta, un amico viene a trovarlo e parla e gioca con lui, e lo spinge a fare disastri in casa o altre cose, ma questo si rivela matematicamente impossibile (in realtà lo fanno molti bambini), non è che quel fatto diventa vero perché lo dice il bambino. Oltre al fatto di un minimo di intelligenza dei genitori che non devono sminuire la fantasia del bambino ma guidarla pian piano verso il suo superamento naturale e rassicurarlo, dovrebbe a maggior ragione intervenire la professionalità di chi è addetto alla tutela del bambino “da fuori” (assistenti sociali, medici, psicologi, magistrati, ecc) sapendo benissimo che va valutata la possibilità di intrusione in casa di qualcuno in assenza di famigliari o di controllo, ma escluso ciò rimane una fantasia che va guidata fino appunto al naturale superamento. Se invece ci fossero riscontri effettivi ai racconti del bambino, allora ci si potrebbe porre il serio problema di difendere il bambino. 

Per questi motivi, occorre prestare massima attenzione prima di parlare di false accuse tout court, dovendosi invece tenere ben presente che nella maggior parte dei casi si tratta di accuse non provate. Vale approfondire anche le ripercussioni del lavoro di Trincia sul sistema della tutela dei bambini, in special modo sull’affido. Certamente le sue tesi corroborano l’idea che la famiglia naturale sia sempre e comunque l’unica in grado di garantire una corretta crescita del minore.

            Io non credo che Trincia o nessuno che abbia un minimo di intelligenza possa affermare una cosa simile. Forse confondete queste posizioni con chi blatera per esempio sui social, senza riflettere. Però è verissimo che la famiglia naturale è l’unica in cui generalmente l’amore è disinteressato e quindi va sostenuta e non allontanata dai figli. Tantomeno è vero che il bene del bambino è solo quello di avere tutto (mi riferisco per esempio agli allontanamenti da famiglie in difficoltà economica)! Salvo, ripeto, i casi ACCERTATI di violenza.

Affermando che si trattava di false accuse, e quindi i minori sono stati allontanati ingiustamente, o meglio, per usare il termine che oggi va per la maggiore, sono stati “sottratti”, ha dato l’assist a un aumento esponenziale di coloro che scendono in piazza a gridare contro i “ladri di bambini”, che sarebbero indistintamente tutti gli operatori dei servizi, gli psicologi e le stesse famiglie affidatarie, accusate anche queste di lauti profitti. Si noti anche che tutti quelli che si levano contro gli operatori “ladri di bambini”, ugualmente si levano contro di loro (e qui giustamente) se per caso sono stati tardivi a segnalare un fatto e poi è successo l’irreparabile.

            Su questo sono completamente d’accordo con voi, ma sappiamo tutti quanto le masse siano insensate e sia possibile condurle come si vuole. Ma anche in questo caso io mi pongo delle domande: come mai non vengono tolti i bambini alle tante famiglie camorristiche, mafiose, che spacciano, che li mandano a rubare o a spacciare, ecc? Ma ci si accanisce su famiglie inermi, anche in assenza di accuse ben formulate e soprattutto di situazioni verificate? Per alimentare un business (se è di questo che vogliamo parlare) non si va a toccare chi il business lo gestisce o lo permette, anche perché togliere un bambino a una famiglia camorristica significa probabilmente lasciarci le penne. Allora c’è qualcosa che non quadra.

Ergo, la quadra di tutto sembra oggi essere che i bambini non dovrebbero essere allontanati dalle famiglie naturali fino a che non c’è la certezza assoluta che sono maltrattati o abusati, e come molti affermano, fino a che non si raggiunge il terzo grado di giudizio (a cui di solito si arriva in media dopo 5 anni).

            Fra “certezza assoluta che sono abusati” e dovere di accertamenti seri per non credere solo ad un primo racconto, ce ne corre. E, ripeto, se un figlio ti viene tolto senza neanche che vi siano accuse a tuo carico, qualcosa che non batte bene ci deve essere.

Ci chiediamo perché non si aspetti il terzo grado di giudizio anche per coloro che oggi sono mediaticamente messi alla gogna prima che un processo sia iniziato e molto spesso, come nel caso di operatori che agirono nei nostri casi, in assenza anche di un inizio di indagini.

            Anche su questo sono completamente d’accordo con voi. Così come sul fatto che i processi vanno fatti nei Tribunali e non sui social o peggio sui media. A parte il fatto gravissimo a mio parere che pure voi affermate: “come nel caso di operatori che agirono nei nostri casi, in assenza anche di un inizio di indagini”! Cioè state difendendo un operatore che porta via i bambini dalle famiglie IN ASSENZA DI UN INIZIO DI INDAGINI? Quindi io operatore, mi sveglio un mattino, decido che una tale famiglia è abusante e in barba a qualsiasi tribunale che abbia verificato qualcosa o pensi di farlo, in barba a qualsiasi verifica da fare, in barba a qualsiasi serio professionista che valuti davvero la situazione, chiamo i carabinieri e decido di portar via i bambini a una famiglia che non li potrà mai più rivedere (perché l’avete scritto voi che nonostante le assoluzioni, il Tribunale dei minori ha decretato permanente l’allontanamento dei figli)!!! Io non so se vi rendete conto dell’atrocità di questo passaggio.

E ci chiediamo perché coloro che furono condannati, anche due volte per complessivi sei gradi di giudizio, vengano presentati alla pubblica opinione come innocenti, prima ancora che il processo di revisione sia terminato e anche in casi in cui non sia ancora stato richiesto. Il fatto grave è che ha preso campo una visione manichea che vede il male tutto da una parte e il bene dall’altra. Così facendo, si hanno gravi conseguenze per una efficace tutela dei bambini. Da una parte c’è il rischio concreto che gli operatori dei servizi non segnalino più tante situazioni, per paura di conseguenze negative, dall’altra anche le stesse famiglie che sarebbero disposte ad accogliere il minore in difficoltà, potrebbero essere a ciò disincentivate.

            Credo che sia anche una questione di coscienza, perché se io sento un bambino nell’appartamento accanto urlare ripetutamente e magari sento inveire contro lui il genitore, oppure come medico vedo un bambino che mi viene portato ripetutamente dai genitori, sanguinante o pieno di ecchimosi, pur con i genitori che tutte le volte presentano motivi assurdi, e non parlo, ne rispondo prima alla mia coscienza, poi sono tenuta a risponderne anche alle autorità, perché è un reato. Il problema della gente che adesso si sbraccia a inveire contro tutto e tutti è che poi sono gli stessi che si voltano dall’altra parte quando succede qualcosa, che hanno paura di essere invischiati, di dover testimoniare in tribunale, di dover dare spiegazioni del proprio comportamento. Basta vedere quando succede per esempio un incidente stradale, quanti aiutano e quanti si fermano invece solo a curiosare o peggio a filmare per postarlo poi sui social. Che le famiglie siano disincentivate ad occuparsi di bambini in affido è una sciocchezza, ma che il modo tutto di preparare un minimo queste famiglie al proprio compito sia da rivedere e soprattutto sia da ridimensionare totalmente il compenso economico che ruota intorno a tutte queste figure è davvero innegabile.

Al contrario, l’affido costituisce un valido strumento e non per il solo aiuto al minore, ma anche spesso per supportare la famiglia naturale onde ricostituire un sano rapporto con il figlio, e questo non va dimenticato, se si vuole continuare a dare aiuto anche alle famiglie in difficoltà.

            Giustissimo e da me sottoscritto! Ma in quante occasioni, fra quelle in atto, è stata davvero supportata la famiglia naturale a ricostruire un sano rapporto con il figlio?

Nel nostro caso, i bambini furono collocati tutti in affido familiare e questo sappiamo anche su mandato del Tribunale, che aveva richiesto un ambiente protetto di natura appunto familiare, in cui collocare i minori separatamente, per evitare influenze reciproche tra loro. Ovviamente, visto che le varie situazioni si presentavano con urgenza immediata di soluzione, a volte per impossibilità pratica di reperire subito una famiglia affidataria, alcuni bambini furono collocati provvisoriamente, per brevissimo tempo, in comunità. I servizi hanno seguito e supportato le famiglie affidatarie fino alla scadenza dell’affido, stabilito dal Tribunale fino alla maggiore età. Anche nei casi di adozione, pur cessando ovviamente il contributo economico, non è cessato il supporto di psicoterapia che è stato assicurato dai servizi fino alla maggiore età.

           Diciamo pure che è proseguito dopo la maggiore età, in taluni casi. Salvo il caso in cui i bambini siano cerebrolesi o psichiatricamente disabili (situazione che non cambia con la maggiore età), possibile che ci sia bisogno di questo supporto per anni e anni e anni e anni? Neanche con la psicologia freudiana si sta tanto in analisi! Poi si compiono i 18 anni e improvvisamente si sta bene, si è a posto, e non si ha più bisogno di supporto? E, per i ragazzi che continuano a vivere in famiglia affidataria, che fine fanno i tanti soldi erogati dai Comuni per i ragazzi? Ammesso che tutti i soldi che sembrano girare in queste famiglie (almeno per quanto è emerso anche di questo aspetto) servano davvero per mantenere questi ragazzi! Personalmente li ritengo un’enormità e spero vivamente che parte di essi siano invece destinati a un conto corrente personale del ragazzo del quale usufruire con libertà…ma un po’ dubito… Da questo punto in poi non discuto più di quanto da voi scritto, perché non sono a conoscenza con certezza, finora, delle vicende processuali. Mi limito solo ad aggiungere qualche mia piccolissima riflessione in alcuni punti, abbiate pazienza, e rimando al post originale per la lettura completa.

Le vicende processuali – Primo processo n 748/97 RGPM.

Con sentenza del 10 aprile 1998 del Tribunale di Modena si dichiara la responsabilità … La Corte d’Appello di Bologna, con sentenza n. 771 del 22\3\99 conferma la sentenza di 1°, e diviene irrevocabile per rigetto del ricorso in Cassazione. E’ stata respinta domanda di revisione nel 2001/2002 da parte di alcuni condannati. In totale, i condannati sono sei. Per Scotta Giovanni Battista il separato procedimento a Bologna si chiuderà per prescrizione.

            Non mi pare proprio vi sia prescrizione per il reato di violenza carnale su minore, ovvero per pedofilia in senso largo. Però accetto la vostra versione e aggiungo solo che “nonché nell’abitazione, non individuata dalle indagini, dei tali Marco e Matteo”: forse perché non esisteva? Né esistevano Marco e Matteo? Ho seguito in prima persona il processo di Marco Dimitri e i Bambini di Satana a Bologna (risolto con l’assoluzione in tutti i gradi di giudizio) e ricordo bene quando un tal Federico, bimbo di soli 4 anni, parlava compiutamente di case, di delitti, di altre persone che EVIDENTEMENTE non poteva aver mai conosciuto ma sulle quali era stato evidentemente imbeccato da qualcuno, di indirizzi stradali (un bimbo di 4 anni non ricorda neanche cosa ha mangiato a pranzo), ecc e alcuni vostri passaggi mi ricordano tantissimo questo processo. E anche altri ne ho seguiti dove sono avvenute cose simili. Ecco perché, se non sminuisco di una virgola l’enorme sofferenza che si portano dentro gli ormai ex bambini della Bassa Modenese, mi riesce difficile non pormi mille domande e accettare come completamente vera solo la loro versione.

Secondo processo (c.d. pedofili bis) n.1381 RGNR

Il procedimento, avente per oggetto altre ipotesi di reato, prende l’avvio da successive dichiarazioni di Davide Galliera, rese dal settembre 1997, riguardanti abusi di tipo rituale, avvenuti nei cimiteri della zona (Massa Finalese, Finale Emilia, Gonzaga): le indagini si amplieranno anche per le dichiarazioni di Mary Guandalini e delle minori di Massa Finalese Martina Morselli e Marcella Giacco, vittime di abusi sessuali, la cui relativa notizia di reato perviene autonomamente e separatamente alla Procura, ma che, per la coincidenza di tempi e luoghi, per il coinvolgimento delle medesime persone e soprattutto per l’analogia delle narrazioni dei bambini, diviene anch’essa oggetto del presente dibattimento. Il processo ha per oggetto anche un episodio di abuso patito da Davide Galliera e da Mary Guandalini il 26 dicembre 1996, per il quale è imputato Don Giorgio Govoni ; inoltre riguarda ripetuti episodi, tre nella scuola di Pegognaga ed uno nella scuola di Gonzaga, nel corso dei quali Davide Galliera sarebbe stato avvicinato – i primi con la complicità della sua maestra elementare Rita Spinardi – minacciato e percosso, sia dai genitori sia dal Giorgio di cui il bimbo aveva in precedenza parlato; Infine, il processo tratta anche degli abusi subiti da Martina e Riccardo Morselli, Marcella Giacco, i quattro fratelli Covezzi, Selena Bonfatti, Melissa Verona, sia in ambito familiare che rituale.

            La ormai signora Selena Bonfatti, insieme ad un altro ragazzo di questa vicenda, come saprete ha fatto ritorno a casa e ha raccontato tutto quello che è successo negli anni. Quando è avvenuto questo? Anche lei non aveva ripreso contatti con la famiglia d’origine fino a quando non è diventata mamma a sua volta. E’ imbarazzante che continuiate a sostenere gli abusi cimiteriali e rituali perché ripeto: mai e poi mai si è avuto un solo riscontro ad abusi rituali, a anche solo a rituali satanici nella vostra zona. Questo non vi fa pensare che nei ricordi dei ragazzi o in quello che poi a voi genitori è stato riportato, sia intervenuto qualcosa di non chiarissimo? Ripeto, se io fossi al posto di un solo genitore affidatario, ora come ora, la mia coscienza non mi darebbe più tregua.

Il processo si conclude con la sentenza n.87 del 5.06.2000: …

Il processo ai coniugi Covezzi. – Il Tribunale di Modena, con sentenza n. 56 del 24.09.2002, condanna i coniugi Covezzi …

Il processo a Enzo, Emidio e Giuseppe Morselli – Il processo si instaura …

Il processo a Canti Carlo – Il processo vede imputato…

Procedimenti innanzi al T.M. – Il T.M. ha emesso decreti di decadenza dalla potestà genitoriale e dichiarazione di adottabilità per 11 minori; decreti di decadenza dalla potestà e limitazioni per 1 caso, con affidi fino alla maggiore età per 5 minori

Corte di Strasburgo – Per quanto riguarda il ricorso alla Corte europea di Strasburgo…,

Il processo Di Palma – Questo processo …

           Mia conclusione – Sono passati ben 21 anni da quei fatti. Per un motivo o per un altro sono emersi in Italia centinaia di casi analoghi. I genitori della “bassa modenese” sono stati quasi tutti assolti, dopo iter burrascosissimi, ma soprattutto dopo un grandissimo accanimento da parte di varie figure e istituzioni contro di loro che li hanno condotti a 21 anni di inferno che alcuni di loro stanno ancora pagando. Io, come tutti, mi auguro che si arrivi alla condanna di chi ha sbagliato o di chi ha agito per anni in malafede o esclusivamente a scopo di lucro, ma questo non restituirà la vita rubata e svilita né agli ex bambini, né alle famiglie originarie e a chi ha tentato di dar loro una mano. Non ho io il potere di comprendere e di puntare il dito verso gli artefici di questo e di altri scempi e lascio che la giustizia faccia il suo corso, sperando che vi siano magistrati che in coscienza abbiano la voglia di valutare seriamente tutto il problema. Se condanno fermamente alcuni assistenti sociali, psicologi infantili, medici, e anche magistrati che non sempre hanno dimostrato trasparenza e sensibilità, sono accanto alle centinaia di queste figure professionali italiane che svolgono il proprio lavoro con competenza, sensibilità e grande correttezza. Se è pienamente comprensibile che gli ex bambini non tornino alle famiglie originarie, anche perché ormai hanno un’età in cui dovrebbero sganciarsi da tutti e formarsi una strada indipendente e propria, colpisce molto che la maggior parte di questi non riesca tuttora ad accettare confronti diretti con le proprie famiglie, o peggio che continuino a sostenere fatti che sono stati ormai ampiamente dimostrati falsi. Neanche le famiglie affidatarie o le comunità, o le famiglie adottive loro malgrado coinvolte, hanno mai accettato un confronto diretto con le famiglie originali, neppure in ambiente controllato o con testimoni esterni. Se dopo 21 anni non è possibile ricreare un rapporto emotivo d’affetto tra genitori e figli, soprattutto perché i ragazzi non hanno vissuto tutte le attenzioni, i gesti d’amore, i silenzi, le complicità, le comprensioni delle emozioni, le protezioni da parte dei propri genitori, balza agli occhi la non serenità di questi ragazzi (dopo tanti anni di psicoterapia!!!) che, se pienamente autonomamente convinti delle proprie affermazioni e idee, non dovrebbero trovare impossibile un confronto, soprattutto alla luce dei genitori totalmente scagionati da tutto, assolti e con la prova di fatti mai successi, anche solo per urlare in faccia ai genitori quello che hanno passato.

            Il processo psicologico che avviene ora però, in modo naturale, è secondo me una forma di “dissonanza cognitiva”. Lo spiego in maniera semplice semplice: quando la mente soffre molto ricorre in modo naturale a un sistema di difesa, negare ciò che la farebbe soffrire ancora di più. E si provi a riflettere per qualche minuto su quanto potrebbe essere deflagrante per la mente di un ragazzo che si è trovato coinvolto in una storia molto più grande di lui e che è stato, seppur pienamente inconsapevole e suo malgrado, artefice di accuse e di sofferenze, finanche di atrocità psicologiche su altre persone, magari riguardanti la propria famiglia, se all’improvviso la sua mente fosse obbligata ad ammettere queste atrocità, di essere stato proprio lui l’artefice con le proprie dichiarazioni o convinzioni. No, la mente si rifiuta e si difende, non rende possibile facilmente il processo di ritorno alla realtà e continua a mantenere la menzogna, proprio per non aggiungere sofferenza a sofferenza. Sarebbe proprio per questo motivo che servirebbe un serio e bravo terapeuta che sappia davvero condurre con grande delicatezza e attesa, la persona verso il superamento di questo meccanismo.

Sotto qualsiasi aspetto si guardi, questa vicenda è una storia di grande, enorme sofferenza: per i ragazzi in primis che hanno visto tradite le loro attese, le loro sofferenze sorpassate, i loro dubbi elusi, le loro richieste d’affetto disinteressato stravolte, le loro speranze stroncate; per le famiglie originarie che hanno lottato tanti anni per riabbracciare un attimo i figli, per quelle che non si sono arrese ma senza risultato finora, a quelle che non ce l’hanno fatta e hanno posto fine alla propria esistenza; e anche voglio credere per le famiglie affidatarie che si siano trovate comunque a gestire anni di conflitti, di dolore, di richieste di prestazioni da tutte le parti, di obblighi sopportati che, seppur remunerati, hanno permesso un forte stress emotivo. Per cui grande delicatezza e grandissimo rispetto per tutti. Alla luce di tutto ciò la faccenda e la versione di Voci Vere non convince e aumenta i mille interrogativi di tutti noi. Nonostante tutto permettetemi un grande abbraccio a tutti, davvero con il cuore, perché credo non sia stato e non sia facile per tutte le parti in gioco e nessuno vorrebbe essere nei panni di voi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *