Un no pilotato

Il negazionismo ha qualche affinità con il pensiero totalitario? Negazionismo e complottismo sono due facce della stessa medaglia? Cosa induce una persona a diventare negazionista?

Siamo in piena pandemia da coronavirus, i morti nel mondo non si contano neanche più, ben consci che esistono Paesi molto colpiti che non hanno la possibilità di censire tali morti: pensiamo per esempio all’India, al Brasile, a certe zone dell’Africa.

Neanche nella nostra Italia possiamo sapere con esattezza tutti i morti a causa del covid19, ma solo quelli che sono stati portati in ospedale e lì deceduti. E’ di qualche giorno fa il record, ad oggi 8 dicembre 2020, di morti in un solo giorno nel nostro bel paese: ben 993! Quasi mille persone in sole 24 ore, mille persone che significano anche circa mille famiglie che piangono e forse non piangono solo per questi famigliari ma anche per tanti altri problemi che le epidemie generano, in primis il problema economico. Eppure sarebbe bastato poco per evitare questa seconda ondata, e forse una terza: i numeri non sono un’opinione.

Se la maggior parte delle persone cercano di adattarsi alle regole comportamentali che qualsiasi epidemia impone, una agguerrita minoranza preferisce invece negare il problema e scagliarsi acriticamente contro le misure preventive, contro il governo che le vara e persino contro coloro che cercando di fare fronte comune e limitare i danni. Questa minoranza viene definita dei negazionisti.

Alcune volte i negazionisti sfiorano persino la violenza fisica, oltre che verbale per contrastare il pensiero comune. Dalla sociologia e dalla psicologia sappiamo infatti che le persone che fanno branco e sono accecate da ideologie ascientifiche possono diventare pericolose.

Ma in base a cosa alcuni iniziano il percorso negazionista?

Come in tutti i gruppi totalitari, le cosiddette sette, esistono leader che pilotano informazioni, fake news, notiziari e tanti, tantissimi social. Il negazionismo per il covid19 è stato principalmente pilotato da esponenti politici, soprattutto delle destre internazionali. Abbiamo visto tutti i vari Trump, Bolsonaro, Boris Johnson, Salvini, Aleksandr Lukashenko, Pierre Nkurunziza (Burundi, morto ufficialmente per infarto ma in realtà pare proprio a causa del coronavirus), Flavio Briatore (non esponente politico ma imprenditore legato alle destre), l’ex generale Pappalardo e molti altri. E’ indubbio che tutti questi leader abbiano un vero interesse a cercare di porsi contro la scienza, perché sperano di attirare voti e consensi strumentalizzando facilmente i tanti bisogni, insoddisfazioni e crisi che le epidemie veicolano. E così inizia il bombardamento di fake news o di sedicenti esperti che ci offrono finanche fantasiose spiegazioni (complottismo) sui tanti social o nei talk show televisivi. E il popolo dei social abbocca. Di solito sono persone con culture medio-basse (rendiamoci conto che anche l’Italia ha abbassato di tanto il livello culturale e scolastico negli ultimi 20 anni) o che non si prendono certo la briga di approfondire e di studiare, preferendo delegare il proprio vissuto e il proprio credo a chi sa “apparire” meglio, a chi ha più followers, a chi ottiene più like, a chi sembra onnipresente in TV.

Per esempio nessuno si prende il tempo di andare a verificare i titoli di tanti esperti o di leader vari, proprio come accade per le sette che spesso partono da personaggi con titoli di studio e onorifici falsi o gonfiati. Così come nessuno cerca verifiche o studi scientifici che supportino realmente le tesi negazioniste, né si accettano o si leggono e valutano le notizie contro il negazionismo. E’ usato esattamente lo stesso meccanismo mentale che viene adottato da appartenenti a gruppi totalitari: sussiste una grandissima difficoltà a far arrivare a codeste persone informazioni reali sul gruppo o l’ideologia abbracciata.

E come nelle migliori sette (almeno quelle dell’immaginario collettivo) all’interno del gruppo sono sottese minacce e intimidazioni: dall’allontanamento dalla protezione di gruppo, alle disgrazie per se stessi o i famigliari verso chi dimostra di voler capire meglio o informarsi seriamente o anche solo pone dubbi su quanto affermato dai leader. E così spesso il negazionista-complottista confligge e aggredisce tutti coloro, parenti, amici, conoscenti, che cercano di fargli aprire gli occhi.

Esistono anche molti casi di persone che diventano negazioniste e mantengono questo pensiero pur di fronte a tutte le evidenze, a causa di una forma di dissonanza cognitiva: la mente si rifiuta di accettare una corresponsabilità nella diffusione di un virus potenzialmente letale che magari ha portato alla tomba parenti o conoscenti. No, meglio negare e dirsi che il virus non esiste, o non è pericoloso e si muore di altro… o non si muore affatto. La dissonanza cognitiva è lo stesso meccanismo che permette ad un truffatore seriale di credersi nel giusto: la propria mente e la propria coscienza entrerebbero in conflitto se fossero certi di compiere il male. E’ ancora lo stesso meccanismo per cui un mago, uno spiritista, un carnefice o uno schiavista si convince di fare il bene in fondo o di avere veramente dei “poteri”.

Certo ci vuole anche un senso di responsabilità affievolito, ma questo è un problema diverso in cui ci imbattiamo da diversi anni, soprattutto dall’avvento dei social attraverso i quali il senso di responsabilità collettiva si stempera: in fin dei conti ci troviamo solo con chi la pensa come noi mentre gli altri li eliminiamo, li banniamo.

Nella mente di un dissonante poi non è ammesso nessun confronto con idee diverse o ragionamenti che lo porrebbero in difficoltà cognitiva. Quindi non si può metterlo di fronte all’evidenza dei fatti o a un discorso scientifico che presuppone ben altri atteggiamenti mentali e forte capacità di ascolto, di verifica, di autocritica, di mettere sempre in discussione le proprie certezze, i risultati a cui si è giunti fino a quel momento (questo permette alla scienza di evolvere).

Oltre a questo meccanismo psicologico gioca forte nei negazionisti, sempre come nelle migliori sette che si rispettino, il senso di appartenenza a qualcosa di esclusivo, di superiore alla media, di èlite, di predestinati. Questo è un fattore che spesso, più che altri, gioca un ruolo predominante nell’adesione a una setta da parte di un individuo. E gioca tanto più forte quando vi è un periodo di crisi sociale, di incertezza o di debole autostima nella persona. Durante la pandemia di SARS-COVID2 sono emerse prepotentemente sia le carenze sociali e strutturali delle persone, sia caratteriali e culturali. Piuttosto che ammettere queste e rimboccarsi le maniche per far fronte a queste carenze, alcuni preferiscono identificarsi o associarsi a gruppi che neghino i problemi ma che in più rafforzino l’Io, facciano sentir parte di un’èlite, dotata quindi di “consapevolezza o poteri” maggiori di tutti gli altri. Ed ecco nascere frasi e slogan ad hoc: Noi sì che siamo forti, Sappiamo tutto, Sappiamo la verità che viene nascosta al mondo, Siamo in grado di sconfiggere i poteri forti che vogliono assoggetarci, Possiamo fare la differenza, ecc…

Purtroppo non possono rendersi conto invece che è proprio nel momento che si fanno propri slogan simili che si dichiara la propria ignoranza, la propria paura, la propria incapacità ad affrontare i problemi e si è già consegnati mani e piedi legati a chi usa le persone per i propri secondi fini e il solo proprio potere.

E quando si entra a far parte dei un gruppo elitario ci si sottomette per forza a quella che viene definita Sindrome da gregge: gli uomini tendono a conformarsi alla massa anche davanti a soluzioni palesemente false. E ricordiamo che in questo caso “la massa” è data non dall’insieme di chi ci sta intorno, ma dall’insieme dei social che frequentiamo: il mondo in questo caso si chiude ai pochi che scegliamo di ascoltare attorno a noi. Gli esperimenti di psicologia sociale si sprecano in tal senso: uno dei più interessanti, perché estremamente palese, fu quello dello psicologo Solomon Asch che chiese ad un gruppo di persone di definire, fra tre linee, le due identiche. Molti fra i partecipanti erano stati incaricati di dare una risposta pilotata e palesemente errata. Nonostante ciò, ben il 75% dei partecipanti si accodò all’errore piuttosto che rischiare di essere identificati come “dissidenti”.

Ora, se a questo aggiungiamo il fatto di sentirsi parte di èlite, di predestinati, di superiori, la difficoltà di pensiero critico diventa certa.

La sindrome da gregge, associata all’ideale elitario, porta poi a comportamenti finanche asociali o violenti. Tutti abbiamo letto o assistito in questi mesi a tante persone negazioniste che poi han contratto il virus e hanno cambiato atteggiamento (uno fra tutti il premier inglese Johnson) finendo in una valanga di insulti sui social o per strada e minacce all’incolumità propria o dei propri famigliari, da parte degli ex “correligionari”. E siamo passati dagli applausi sui terrazzi e striscioni di ringraziamento a medici, infermieri, forze dell’ordine, della prima ondata, ad aggressioni a beni appartenenti agli stessi, fino a violenze fisiche in taluni casi. Queste sono conseguenze sociali dell’appartenenza a ideologie totalitarie che non permettono il pensiero critico..

La gente non si rende conto che il cosiddetto settarismo non può più essere cercato ai giardinetti o in proposte porta a porta, ma tutto si è spostato sul web e questo è coordinato da persone che sanno benissimo come influenzare le menti e attirarle (come avviene per esempio nella pubblicità). I social e il web ha infine ampliato a dismisura il narcisismo autoreferenziale e l’incapacità di empatia. In fondo ci stiamo disabituando ad aver a che fare direttamente con gli altri: per comunicare preferiamo email, whatsapp, facebook, twitter e altro ma questo non permette più di “percepire” le emozioni degli altri, il loro vero assenso o dissenso, la loro sofferenza, il loro dolore per comportamenti o frasi che postiamo con leggerezza sui media, la loro mimica facciale. E’ proprio un fatto comportamentale: quando siamo di fronte al pc, al telefonino, al tv, ci percepiamo come “noi soli” e l’universo che ci ruota intorno. Questo crea per forza una nefasta autoreferenzialità, un egocentrismo esasperato se non siamo in grado di relativizzare questi comportamenti e associarli almeno in egual misura con relazioni vere. Ma la possibilità di relazioni vere è stata estremamente ridotto proprio dalla pandemia.

A questo punto ci si chiederà come comportarsi con un negazionista. Io dividerei le situazioni in ambito pubblico e in ambito privato.

Se ci si trova in ambito pubblico, per esempio al supermercato o al bar, non bisogna mai scendere a livello di discussione, neanche per cercare di far comprendere la realtà (anzi è proprio la discussione, la lite che viene cercata e fomentata dai negazionisti). Bisogna invece, con calma, dire che si rispettano le convinzioni del negazionista ma, per favore, chiedere che anche lui rispetti gli altri attenendosi, per amore o per forza, alle regole comuni. Magari aggiungendo che proprio questo suo rispetto farà riflettere noi sui motivi delle sue convinzioni. Non si può fare altro.

In ambito privato invece, proprio come per i gruppi settari, suggerisco di non entrare in scontro verbale diretto ma di girarci attorno, portando per esempio a considerare quanto le tecniche manipolatorie fanno uso dei concetti sopradescritti (dissonanza, èlite, assenza di informazioni contrarie, gregge, ecc) e sono veicolate da chi ha un interesse ad avere seguaci acritici, voti, notorietà, leaderismo. Senza bisogno di fare necessariamente una comparazione con il negazionismo ma allenando la persona a porsi qualche domanda ed evitare i comportamenti estremistici ai quali magari verrà indotta.

Silvana Radoani – dicembre 2020

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